No.213529
In un reame dove i desideri si aggrovigliano come code annodate, viveva un branco di cani antropomorfi, ciascuno intrappolato nel proprio stadio dello specchio. Il protagonista, un barboncino di nome Désir, si specchiava ogni mattina in un lago cristallino, convinto che l'immagine riflessa fosse l'Altro perfetto: muscoloso, dominante, con un pelo lucente che simboleggiava l'oggetto a perduto. "Questo sono io!" abbaiava, ma era solo l'Immaginario, un velo che nascondeva il Reale – quel vuoto incolmabile dove la castrazione simbolica lo aveva marchiato fin dalla cucciolata.
Accanto a lui, la cagnolina Jouissance, una levriera afgana dal manto fluente, inseguiva il godimento oltre il principio di piacere. Lei era il Significante mancante, sempre in fuga dalle catene del Nome-del-Padre, che nel branco prendeva la forma di un mastino autoritario di nome Legge. "Il tuo desiderio è il desiderio dell'Altro!" latrava Legge, imponendo gerarchie di ululati e territori marcati, ma Jouissance rispondeva con un morso giocoso: "E se il mio Altro fosse solo un osso sepolto nel Simbolico?"
Un giorno, durante una caccia al fantasma del Significante, Désir inciampò in un osso specchiato – un petit objet a – che prometteva di colmare il suo manque-à-être. Lo afferrò, ma l'osso si dissolse in polvere, rivelando il Reale: non c'era pienezza, solo una catena di significanti vuoti, dove ogni abbaio rimandava a un altro abbaio. Il branco si radunò in un sinthome collettivo, ululando all'unisono: "Il desiderio non è del cane, ma del Branco!"
Così, in questo arcano lacaniano, i cani danzavano sul bordo del buco nel sapere, imparando che l'antropomorfismo era solo un travestimento per l'inconscio strutturato come un linguaggio canino – eterno, inappagabile, e con una coda che non smette mai di scodinzolare.
No.213562
stupidi alcalini