Mi chiamo ##### e abito nello stesso appartamento da quando ero ragazzino. Il palazzo è cambiato parecchio: una volta c’erano quasi solo italiani, poi piano piano è arrivato di tutto. Negli ultimi anni si è riempito di famiglie straniere, soprattutto al pianterreno e nel blocco B. L’ultima arrivata è una famiglia dal Bangladesh, circa un mese fa. Li incrocio ogni tanto sulle scale, salutiamo con un cenno.
Quel pomeriggio ero giù in garage a trafficare con la moto quando sento una voce femminile un po’ incerta: «Scusa… signore? Per favore?»
Mi giro e vedo la figlia più grande. Sarà sui venticinque, capelli neri lunghi legati in una coda disordinata, pelle scura e liscia, occhi grandi e un po’ timidi. Indossa una maglietta semplice bianca con una stampa sbiadita e un paio di shorts di jeans che le arrivano a metà coscia. Ai piedi ha delle ciabatte di plastica rosa. Vestiti normali, occidentali, niente di particolare, ma addosso a lei sembravano più aderenti del necessario.
«Mia lavatrice… non funziona. Acqua non esce bene. Papà dice chiedere a te, se puoi guardare.» Parlava italiano in modo stentato, con accento marcato, ma si capiva.
Immaginai subito che il padre l’avesse mandata perché io ero quello “del palazzo che sa aggiustare le cose”. Feci spallucce. «Va bene, fammi vedere.»
La seguii nel loro box. La lavatrice era vecchia, di quelle a carica frontale. Iniziai a smontare il filtro, controllare le tubature, pulire il cestello. Lei stava lì accanto, un po’ in imbarazzo, spostando il peso da una ciabatta all’altra. Mentre lavoravo le chiesi come si chiamava, da quanto erano in Italia, cose così. Rispondeva a monosillabi, sorrideva timida. Ogni tanto si chinava per passarmi uno straccio e io non potevo fare a meno di notare le curve sotto la maglietta e il modo in cui gli shorts le stringevano i fianchi.
Ci misi una buona mezz’ora. Svitai, soffiai, rimontai, feci un paio di prove a vuoto. Alla fine l’acqua usciva regolare e la centrifuga girava senza rumori strani.
«È tutto a posto ora,» dissi alzandomi e pulendomi le mani su uno straccio.
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