R: 12 / I: 4 Riflessione
C’è qualcosa di profondamente affascinante e insieme deprimente nel modo in cui certe imageboard finiscono per trasformarsi in ecosistemi chiusi, quasi autosufficienti, dove il contenuto non nasce più da un reale desiderio di comunicare, ma dalla ripetizione rituale di schemi ormai fossilizzati.
Vecchiochan, in questo senso, sembra incarnare perfettamente quel fenomeno per cui una comunità online, nata magari prima come spazio spontaneo, caotico, anonimo e imprevedibile, lentamente smette di produrre novità e comincia invece a vivere di eco, di riciclo, di autocitazione continua.
E allora succede una cosa stranissima: apri un filo qualsiasi, magari pensando di trovare una discussione nuova, un’ossessione diversa, un delirio originale, e invece ti ritrovi davanti sempre le stesse identiche frasi. Gli stessi modi di scrivere. Gli stessi tormentoni. Lo stesso tono pseudo-ironico, stanco, corrosivo.
E soprattutto, la sensazione che dietro decine di post differenti ci sia in realtà una sola presenza che continua a ripetersi all’infinito.
Il “Mimmo” di cui si parla non è nemmeno necessariamente una persona reale nel senso tradizionale del termine. O meglio: forse lo è, forse esiste davvero come individuo concreto, ma online finisce per assumere una forma quasi mitologica. Diventa un archetipo. Una specie di rumore di fondo permanente. Non importa se copia dal quarto, se ripete cose dette da anni o se semplicemente ha colonizzato linguisticamente l’ambiente: a un certo punto la distinzione smette di contare. La sua voce diventa il paesaggio sonoro stesso della board.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più inquietanti delle comunità online stagnanti: l’identità individuale si dissolve nella ripetizione. L’anonimato, che teoricamente dovrebbe moltiplicare le possibilità espressive, finisce per restringerle. In teoria un’imageboard anonima dovrebbe essere il luogo della metamorfosi continua, dove chiunque può diventare chiunque e dove il discorso cambia forma in maniera imprevedibile.
In pratica, invece, succede spesso il contrario: pochi utenti estremamente ossessivi imprimono il proprio ritmo mentale all’intero spazio, fino a renderlo riconoscibile in ogni dettaglio.
È come entrare in un bar di provincia dove da quindici anni siedono sempre le stesse persone agli stessi tavoli a raccontare le stesse storie. Solo che online questa ripetizione diventa ancora più surreale, perché non c’è il corpo a interromperla. Non ci sono età visibili, cambiamenti fisici, stanchezza biologica. Rimangono solo pattern testuali che si replicano identici.
E allora i fili non diventano più discussioni. Diventano rituali.
L’atto stesso di “metaspergare” — che già nel termine contiene qualcosa di compulsivo, di dispersivo, di sterile — finisce per sostituire qualsiasi forma di dialogo autentico. Si posta, non per condividere davvero qualcosa, ma per alimentare il meccanismo stesso del postare. Si aprono fili non perché esista un’urgenza comunicativa, ma perché il flusso non può interrompersi. Come se il silenzio fosse insopportabile.
Questo è uno dei grandi paradossi dell’internet contemporaneo: piattaforme nate per favorire la comunicazione diventano ambienti terrorizzati dal vuoto. Ogni pausa deve essere riempita immediatamente. Ogni momento morto va saturato con contenuti, immagini, riferimenti, provocazioni, repost, screenshot, reel, meme, battute riciclate.
La presenza continua di argomenti come l’omosessualità trattata ossessivamente, i reel presi da TikTok o dettagli apparentemente casuali come la fissazione per l’erba cipollina non sono nemmeno importanti per il loro contenuto reale. Sono simboli di qualcosa di più profondo: la riduzione della conversazione a tic mentali.
A prima vista sembrano temi scollegati. In realtà funzionano tutti nello stesso modo.
L’omosessualità è una leva automatica. Un riflesso condizionato della board. Basta nominarla e il ciclo riparte.
I reel di TikTok funzionano invece come frammenti prefabbricati di attenzione. Non vengono condivisi perché abbiano davvero qualcosa da dire, ma perché permettono di trasferire altrove il peso della produzione di contenuti. La board smette di creare e diventa soltanto un terminale di ricircolo.
Perché quando qualcuno dedica ore a imitare utenti assenti, a ripetere vecchi litigi o a costruire caricature di persone che ormai sono sparite, sembra quasi che stia cercando disperatamente di impedire al passato di dissolversi. Come se, smettendo di nominare quegli anonimi, dovesse inevitabilmente confrontarsi con il silenzio della board e con il proprio. Alla fine non sembra più trolling, sembra solitudine che ha imparato a esprimersi soltanto attraverso la ripetizione compulsiva di vecchi conflitti.
Ogni comunità stagnante produce inevitabilmente una micro-mitologia fatta di ossessioni incomprensibili all’esterno. Piccoli simboli ripetuti fino allo sfinimento. Persone che associano la propria identità online a un dettaglio ridicolo, insignificante, quasi infantile. Ma è proprio attraverso questi dettagli che si crea il senso di continuità.
Il problema è che, col tempo, queste dinamiche iniziano a divorare la possibilità stessa di spontaneità.
Ogni nuovo utente che arriva viene inevitabilmente assorbito nel linguaggio preesistente. O si adatta ai rituali della board oppure viene ignorato. E così il sistema continua a chiudersi su sé stesso, diventando sempre più autoreferenziale.
In teoria le imageboard dovrebbero essere luoghi dell’imprevisto.
In pratica, spesso diventano archivi viventi di nevrosi collettive.
E forse è proprio questo che rende certe board contemporaneamente tragiche e irresistibili. Perché dietro tutta questa ripetizione, si percepisce qualcosa di molto umano: la paura dell’irrilevanza.
Postare continuamente significa lasciare una traccia. Anche minima, stupida o fastidiosa.
Meglio essere quello spaventato dai vaccini che sparire del tutto.
In fondo molte comunità online decadenti sembrano reggersi proprio su questo: persone che continuano a parlare non perché abbiano davvero qualcosa da dire, ma perché il parlare stesso è diventato una prova di esistenza.
E allora la board entra in una specie di tempo ciclico.
Le stesse discussioni ritornano. Le stesse provocazioni. Gli stessi utenti. Le stesse manie. Gli stessi screenshot. Gli stessi personaggi.
Non c’è più evoluzione narrativa.
Come una sitcom che continua all’infinito dopo aver esaurito da anni qualsiasi idea nuova.